Tutto l'umorismo che esiste


"La satira che il censore capisce va giustamente proibita". Lo diceva Karl Kraus, maestro di sarcasmo (qui in un ritratto di Oskar Kokoschka del 1925) e nemico di ogni volgarità. Andava a naso, il micidiale Kraus, e non falliva mai il bersaglio. Mentre oggi satira e umorismo sprofondano spesso nella melma: di chi mangia escrementi, ma anche di chi in Tv fa spettacolo con ridicole e avvilenti "confessioni" di poveri figli. E poco vale che l'umorismo salga a rango di scienza: per antropologi e semiologi, sociologi e psicologi della comunicazione. Una fenomenologia dell'umorismo deve fare i conti con l'acquisita nozione di arma a doppio taglio. Da una parte il riso che aiuta la salute (fa buon sangue, dicevano gli antichi), l'humour che libera dalle turbe del carattere e della personalità; e dall'altra parte il taglio di un'aggressività distruttiva.


Il primo taglio fa a fette la mestizia dei musoni, dei depressi. Il secondo taglio produce disagio, individuale o collettivo: specie se viene inflitto, inopinatamente, dai potenti che da sempre sono invece l'oggetto del desiderio degli umoristi. "I politici sono uguali dappertutto. Promettono di costruire un ponte anche dove non c'è un fiume". Questa è una battuta di Nikita Kruscev, il primo che - salito al comando di tutte le Russie - rise, smascherandolo, del "re nudo" Stalin, spiazzando il mondo, in crisi d'identità sotto quella risata seppellitrice. Il rude umorismo di Kruscev (famoso per avere sbattuto una scarpa sul banco dell'Onu). Intrisa di latente aggressività, la satira non spara solo su autorità e istituzioni, burocrazia e politica. Colpisce pure le disgrazie. Nel saggio sul motto di spirito (dove spiega che l'umorismo è una "necessità", risultato di un impulso a eludere la ragione, ricreando nell'adulto uno stato infantile della mente, come rimozione di inibizioni interne), Freud cita questa poco caritatevole barzelletta, ripresa dal professor Farnè: ""Come vai?", chiede il cieco allo zoppo. "Come vedi", risponde lo zoppo al cieco". Fino ai limiti del blasfemo, nella battuta di uno dei grandi dell'umorismo aforistico, Georg Cristoph Lichtenberg, (1742-1799, in pieno illuminismo): "Ringrazio il buon Dio perché mi ha fatto nascere ateo". Gli scienziati dell'umorismo spiegano che è basato spesso su un meccanismo psicologico che cela l'orgoglio di sentirsi migliori degli altri. Già lo splenetico Baudelaire aveva intuito che "il riso deriva da un sentimento di superiorità". Dalla superiorità al disprezzo il passo è breve. "L'umorismo - dice ancora Farnè - permette di parlare di cose che in società sono inammissibili. In questo senso ha a che fare con l'aggressività, come la sessualità. Si possono dire battute sessuali senza scandalizzare. Mentre la volgarità dà fastidio". Eppure persino l'umorismo scatologico ("escrementizio") diventa pane per la psicologia della risata: affranca, ridendo, da uno dei tabù imposti dalla società e assorbito nella coscienza. Ecco perché i bambini si divertono a dire parolacce, a parlare di cose proibite. "Ma c'è poco da ridere - avverte Farnè - a guardare chi mangia escrementi". Meglio, semmai, il vecchio Marcello Marchesi: "Se non riuscite a farla, compratela bella e fatta". Riso e psicologia. E' terapeutico anche l'umorismo nero? "Sì - risponde ancora Mario Farnè - perché aiuta ad allontanare l'ansia nei confronti della morte. Scarica tensioni, eliminando le quali restano più energie per affrontare la giornata, il lavoro, lo studio, la famiglia. Non si migliorano così le capacità intellettive, ma queste vengono sfruttate meglio. Mentre se si è tesi non si riesce a concentrarsi, per essere creativi". Non esistono depressi fra gli uomoristi? "Tutt'altro. Valga un solo esempio - ricorda il medico psicologo - quello di Achille Campanile. Leggendone gli scritti sulla morte, si scopre il suo terrore. Ha avuto una vita dura. Con lui si ride molto, ma in fondo salta fuori il depresso che compensa il suo malessere con l'umorismo. E' come un'autoterapia". Baudelaire aveva intuito che "il riso deriva da un sentimento di superiorità". Dalla superiorità al disprezzo il passo è breve. "L'umorismo - dice ancora Farnè - permette di parlare di cose che in società sono inammissibili. In questo senso ha a che fare con l'aggressività, come la sessualità. Si possono dire battute sessuali senza scandalizzare. Mentre la volgarità dà fastidio". Eppure persino l'umorismo scatologico ("escrementizio") diventa pane per la psicologia della risata: affranca, ridendo, da uno dei tabù imposti dalla società e assorbito nella coscienza. Ecco perché i bambini si divertono a dire parolacce, a parlare di cose proibite. "Ma c'è poco da ridere - avverte Farnè - a guardare chi mangia escrementi". Meglio, semmai, il vecchio Marcello Marchesi: "Se non riuscite a farla, compratela bella e fatta". Riso e psicologia. E' terapeutico anche l'umorismo nero? "Sì - risponde ancora Mario Farnè - perché aiuta ad allontanare l'ansia nei confronti della morte. Scarica tensioni, eliminando le quali restano più energie per affrontare la giornata, il lavoro, lo studio, la famiglia. Non si migliorano così le capacità intellettive, ma queste vengono sfruttate meglio. Mentre se si è tesi non si riesce a concentrarsi, per essere creativi". Non esistono depressi fra gli uomoristi?
"Tutt'altro. Valga un solo esempio - ricorda il medico psicologo - quello di Achille Campanile. Leggendone gli scritti sulla morte, si scopre il suo terrore. Ha avuto una vita dura. Con lui si ride molto, ma in fondo salta fuori il depresso che compensa il suo malessere con l'umorismo. Curarsi ridendo, guarire ridendo, è forse più difficile da quando il carnevale dura tutto l'anno, e non solamente nei pochi giorni in cui il Buffone diventava Re. L'umorismo richiede una specie di organizzazione con un certo tipo di regole". E sono regole paradossali. Il rigore (e il rispetto) di queste regole, infatti, contrariamente a quello delle regole logiche, consiste nel violarle. Allora - ecco la prima regola della scienza della risata - fare umorismo equivale ad applicare una "teoria del caos". Anche quando il "giullare di corte" è rimpiazzato dal "sovversivo di corte" (citando Jules Feiffer, modello di satira tanto garbata quanto corrosiva).

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